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Progetto Koonet


Sostanzialmente fallita l'esperienza dei distretti produttivi, la rinascita industriale italiana passa per l'alleanza tra aziende di settori diversi, non in competizione tra loro ma con un know how da condividere. Gli ingegneri della conoscenza la chiamano "coopetition". 

L'esperienza del Consorzio Crit


Il nostro paese viene spesso accusato di essere incapace di "fare sistema", non riuscendo così a fronteggiare la difficile congiuntura economica e andando incontro ad un declino industriale che pare difficile da evitare. In realtà dietro questa accusa si nascondono due problemi differenti. Anzitutto essa denota l'incapacità di attori istituzionali e parti sociali di elaborare strategie comuni per fronteggiare la crisi. Governo, sindacati e Confindustria sembrano spesso più attenti al loro interesse particolare che a quello generale del paese, coltivando clientelismi e difendendo rendite di posizione ormai francamente indifendibili. In secondo luogo ad essere incapaci di fare sistema sono le industrie stesse, che non riescono a mettere in comune strumenti, conoscenze e risorse per fronteggiare la concorrenza asiatica e dell'est europeo, determinando così una progressiva perdita di competitività del sistema Italia.

Ciò è tanto più strano se si considera che il tessuto industriale italiano, organizzato in distretti tecnologici, e cioè in aree geografiche che si caratterizzano per una determinata specializzazione produttiva, sembra incoraggiare un'aggregazione di aziende che fanno "la stessa cosa". In realtà l'esperienza dei distretti appare oggi sostanzialmente fallita soprattutto perché le aziende appartenenti ad un medesimo distretto continuano a considerarsi dei competitors, e non sono quindi disposte a condividere risorse e soprattutto know-how con l'azienda della "porta accanto", perché vedono minacciata la loro posizione sul mercato. Occorre dunque elaborare nuovi modelli di collaborazione tra aziende, che concilino cooperazione e competizione, consentendo così alle aziende di collaborare senza vedere minacciata la loro competitività.

Per descrivere questi nuovi modelli collaborativi gli economisti hanno coniato il termine di "coopetition".

Ma come è possibile per un'azienda condividere ciò che gli ingegneri della conoscenza definiscono il core knowledge, e cioè la conoscenza tacita che non è formalizzata e tuttavia costituisce il patrimonio più prezioso dell'azienda, senza per questo perdere il suo vantaggio competitivo? Grazie alle tecniche di knowledge management è oggi possibile costruire reti di aziende che possono trarre un effettivo vantaggio competitivo dalla condivisione di know-how, strumenti e risorse anche se appartengono a settori produttivi diversi. In altre parole è possibile che una ditta che costruisce motori possa trarre beneficio dagli studi di fluidodinamica di un istituto farmacologico che studia l'emodinamica di un paziente con problemi cardiaci. Pur avendo a che fare con oggetti diversi, infatti, la ditta e l'istituto di ricerca condividono le stesse esigenze progettuali su base funzionale e cioè l'ottimizzazione di un flusso all'interno di una cavità. Perché i dati sperimentali e le metodologie dell'uno diventino fruibili dall'altro, occorre eliminare quelle che nel linguaggio del knowledge management vengono definite "discrepanze ontologiche".

Occorre cioè arrivare ad una rappresentazione della conoscenza in gioco che consenta di astrarre dai differenti domini da cui essa è stata ricavata. In altre parole, l'istituto di ricerca e l'azienda motoristica devono trovare un comune terreno di confronto che consenta loro di scambiarsi dati e condividere metodi. A questo punto è necessario tradurre la conoscenza che le aziende condividono in un modello computazionale e, su questa base, definire un'architettura software che integri funzionalità derivanti dalle specifiche introdotte, tecniche di comunicazione e condivisione di informazioni,  risoluzione collaborativa di problemi.

Una caratteristica chiave dell'infrastruttura sarà la possibilità di abilitare la comunicazione, lo scambio di informazione e il coordinamento di attività fra un numero possibilmente elevato di componenti software eterogenei (e.g. simulatori, DBMS locali e globali, sistemi di gestione di workflow), tipicamente appartenenti a distinti stakeholder. Dal punto di vista dell'utente, l'infrastruttura dovrebbe consentire l'implementazione di un design integrato di prodotto concorrente basato su reti di computer, considerando le iniziali variabili di design così come i vincoli di design e le strutture metriche, consentendo quindi l'evoluzione dei requisiti e la costante valutazione del prodotto durante il design.

Questa ambiziosa dichiarazione di intenti costituisce l'oggetto di "Koonet", un progetto di ricerca che il Dipartimento di Ingegneria della Conoscenza dell'Università di Milano Bicocca ha recentemente presentato al Miur, avendo come partner EnginSoft, l'Università di Modena e Reggio Emilia, l'Università di Firenze e il Consorzio CRIT, che costituisce appunto l'esempio di un'alleanza coopetitiva tra aziende quali Ferrari, Tetrapak, Gruppo Fabbri etc, che, pur appartenendo a diversi settori produttivi, condividono l'eccellenza e l'esigenza di mantenerla nei confronti dei competitors.

Per ulteriori informazioni:
info@enginsoft.it

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